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Il finto talebano che beffò la NATO

25 novembre 2010

l'articolo originale

I servizi segreti. La NATO. Il KGB (ma come caspita si dice?? “kappagibì” oppure “Che-Ghe-Be”???), la CIA.
Organizzazioni enormi.
Il massimo della sicurezza.
Quelli che sanno tutto di tutti e di cui noi non sappiamo nulla.
Quelli che tengono i segreti militari, che intercettano le intenzioni dei nemici, che hanno le spie e gli infiltrati.
La CIA però qualche anno fa è stata “bucata” da un hacker che ha cambiato le pagine del loro sito (figurone, eh!).
Adesso si scopre che la NATO ha iniziato a dialogare e soprattutto a SOVVENZIONARE un furbetto talebano che ha finto di essere chi non è.
La NATO letteralmente TRUFFATA da un singolo personaggio.
Un altro figurone.
Vi sentite sicuri nelle loro mani scoprendo che si son fatti fregare non so quanti dollari da un singolo solitario furbacchione?
L’unica cosa sicura è che i talebani continuano a morire a centinaia.
Da oggi anche dal ridere.

Questo articolo è stato tratto dal sito online de “La Stampa” ed è datato 24 Novembre 2010. Lo potete leggere in forma originale a questo indirizzo.

Per l’incontro più importante, quello con il presidente Hamid Karzai, la Nato non aveva badato a spese. Lo scorso ottobre un aereo militare era andato a prendere l’ospite in una località segreta del Pakistan, probabilmente Quetta, e lo aveva depositato alla base di Bagram, a 40 chilometri da Kabul. Poi un convoglio blindato lo aveva condotto nel palazzo presidenziale, saltando decine di check-point. Dell’esito dell’incontro non si era saputo molto, a parte la singolare scorta Nato a un taleban, ma era comunque un tassello importante nel dialogo con gli uomini del mullah Omar.
L’uomo così prezioso da meritare la massima attenzione da parte dei militari che da nove anni combattono gli studenti coranici in Afghanistan era, o meglio diceva di essere, il mullah Akhtar Muhammad Mansour. Uno della seconda cerchia della shura di Quetta, in contatto quasi quotidiano con il grande capo. La prima, vera, importante mediazione tra Karzai e Omar.
Oltre a quello con il presidente, Mansour partecipa ad altri due incontri con il governo afghano. Detta le condizioni per l’accordo, sorprendentemente moderate: amnistia per chi depone le armi, possibilità per i guerriglieri di essere riciclati nell’esercito afghano, salvacondotti per i leader, compreso il mullah Omar.
Su quest’ultimo punto gli americani storcono il naso, ma per il resto sembra più facile del previsto. Mansour è invece esigentissimo per quanto riguarda la parcella, i dollari da incassare per la rischiosa mediazione. «Un’ingente somma di denaro», secondo il New York Times che ha raccolto le confidenze di un diplomatico occidentale a Kabul e rivelato la beffa. Perché Mansour «non era quel Mansour», la trattativa era «una farsa», e l’impostore se l’è data a gambe, sparito in qualche valle pakistana o forse più lontano a godersi il bottino. I primi dubbi erano venuti a un ufficiale afghano, che aveva conosciuto Mansour anni prima. Al terzo colloquio, a Kandahar, è seduto davanti a lui. «Non lo riconosco», sussurra agli altri esponenti governativi. Subito dopo partono le verifiche, racconta al New York Times un politico afghano che non ha voluto essere citato: l’impostore «è stato immediatamente escluso», ma il problema è che aveva già incassato l’anticipo della sua parcella, migliaia di dollari. Tempo e soldi persi.
Un capitolo da spy-story nelle complicate trattative con i taleban, che non portano divise né distintivi, meno che mai documenti. È una «catena di contatti personali», che se va bene arriva fino all’uomo giusto, ma spesso si interrompe prima. I contatti migliori ce l’hanno, non c’è bisogno di dirlo, i servizi segreti pachistani (Isi) che hanno «inventato» i taleban ma vogliono incanalare la trattativa dove fa comodo a loro. Con cortocircuiti pericolosi.
Come nel caso di Abdul Ghani Baradar, il vice del mullah Omar, arrestato il 16 febbraio in un blitz congiunto Cia-Isi, a Karachi. Un colpo alla leadership taleban che però si è rivelato anche un colpo alle trattative, vere, tra Karzai e Omar. Perché Baradar, secondo fonti pachistane, era stato incaricato di contattare il presidente afghano, ma si era mosso senza chiedere il permesso all’Isi. Che l’ha dato in pasto agli americani e ha mandato all’aria il secondo, importante, approccio dopo gli incontri in Arabia Saudita, alla Mecca, nel 2009.
Ora, secondo il New York Times , si ricomincia da capo. La Nato, dopo che il generale David Petraeus nelle settimane scorse si era detto «fiducioso» sulle trattative, non commenta. E l’ex comandante taleban Sayed Amir Muhammad, uno dei «collegamenti» tra governo e guerriglieri, punta il dito contro l’aleatorietà dei colloqui: «Uno può venire da me e dirmi che è un importante capo talib , ma chi controlla?».
Muhammad nutre dubbi anche sulla effettiva buona volontà degli studenti coranici: «Ho parlato con molti, nessuno accetta la pace, non sembrano stanchi di combattere». Chi invece giudica negativamente in toto i colloqui è il rivale di Karzai Abdullah Abdullah, che per bocca del suo portavoce Fazel Sancharaki bolla come «inutile e pericoloso» insistere. Dietro di lui la potente minoranza tagika che vede il ritorno al potere, anche parziale, dei pashtun integralisti come una disgrazia peggiore della guerra.

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